Dalla riproduzione dell'Arte alla riproduzione sociale.
Di Gabriele Perretta
Viviamo talmente immersi in un universo di segni, che ormai non ci facciamo più caso; anzi, sembra che per giustificarci consideriamo alcuni “segni” più segnici degli altri. Sarà forse questo agonismo estremo dei segni, che non ci fa neppure notare che l’arte nel frattempo è stata sopravanzata dalle mode, da attività e da linguaggi ormai più riconoscibili di una pittura, di una scultura o di una poesia? Il paradosso è questo: sembriamo rassegnati al fatto che l’arte, ormai da tanto tempo, è condannata ad essere postuma a se stessa e non riusciamo a concepire che intanto nel mondo si sono messi in azione dei segni, così potenti e così ben distribuiti, che hanno persino coperto lo stadio terminale dell’arte, relegandola in una condizione di festa generalizzata.
Guardandosi intorno, non c’è bisogno di individuare i simboli, gli ideogrammi, le icone, i pittogrammi, le scritte per poter rivendicare la presenza della vasta rete della segnaletica che indica direzioni e distanze del vivere sociale. Viviamo in un insieme strutturato e organizzato di segni che hanno assorbito tutto ciò che l’arte antica, moderna e contemporanea ha pensato, ha trascritto ed ha professato. Non si tratta solo di un linguaggio fra persone che non parlano la stessa lingua, o fra persone affette da sordità congenita, ma di un sistema sociale più generale che ha superato le applicazioni del modello di Marcel Duchamp, o le conseguenze della scultura sociale di Joseph Beuys. Quello potenziato dai media è un linguaggio di segni universalmente diffuso, che non parte solo dal movimento delle mani. Esso è totale e non riguarda solo i gesti naturali o mimici per rappresentare oggetti, idee, emozioni, sensazioni; è talmente globale che si è infiltrato nei segni metodici o sistematici per esprimere principalmente altri corollari della lingua scritta, altre parole, oppure altre lettere. ...CONTINUA
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