Condensati critici su Gaetano Zampogna dal 1991 ad oggi.
…”Pictura autem dicta quasi fictura. Est enim imago ficta, non veritas” è quanto, nel suo Etimologiarum, scrive Isidoro di Siviglia tra il VI e il VII secolo. Un pensiero dell’arte del Millennio in corso, giunge sino a noi. Picasso ne è convinto quando, nei primi anni Venti, confida a Marius de Zayas: “Tutti sappiamo che l’arte non è la verità. L’arte è una bugia che ci fa realizzare la verità, almeno la verità che ci è dato capire. L’artista deve sapere il modo con cui convincere gli altri della verità delle sue bugie”. Sembra essere questo il terreno nel quale si muove Gaetano Zampogna che, del gruppo ARTMEDIA, rappresenta il punto più estremo. La sua è una pittura che non accetta mediazioni di sorta, né si lascia andare a facili artifici; non v’è citazione, né manipolazione dell’immagine. L’opera prelevata dalla storia dei segni è lì, pienamente presente, con il fascino che emana l’originale. L’artista propone, quindi, il campo pittorico come luogo d’incontro di finzioni, e lo fa inserendo nei suoi lavori opere originali di artisti, in particolare Schifano e Boetti, noti al gran pubblico e al mercato. E’ un processo che mira ad esasperare i meccanismi attivati dalla finzione: l’opera originale, che ha già in sé una manifesta e riconosciuta artisticità, perché esposta ai raggi della critica e della storia, trasferisce, al nuovo impianto, un’ulteriore valenza. Zampogna rimette in discussione l’aura di certezza che fa da cornice all’opera reinserendo, quest’ultima, in un processo rigenerativo di finzioni.
Massimo Bignardi
(Da, Asterischi per sette artisti, catalogo Artmedia, Ed Carabba 1991)
… Gaetano Zampogna, infine, costringe l’opera di altri artisti entro contesti propri, e quasi sempre stranianti rispetto a quelli usuali, a quelli in cui siamo soliti vedere le opere di Sol Le witt o di Boetti: Zampogna usa lavori “veri”, autentici di altri artisti, e ne misura la tenuta inserendoli per contrasto in una fotografia di vetrine di negozi, strapieni d’oggetti: Se Duchamp ha decontestualizzato l’oggetto, sarà possibile decontestualizzare l’opera d’arte, mettendola a confronto con una realtà sempre più ridondante? Che effetto fa vedere un silenzioso disegno di Le Witt, autentico, in una vetrina – falsa perché fotografata – di giocattoli di peluche?
Marco Meneguzzo
(Da, Artmedia, Il collasso e il saccheggio, catalogo della mostra, Espace 13x13 M.J.C. Annegasse, Francia.)
Nel contesto Artmedia il tuo lavoro che posizione occupa?
Operare all’interno della griglia teorica di Artmedia significa entrare in un universo estremamente ampio di possibilità; fatte salve le premesse comuni al gruppo, perciò, più che di posizione nel contesto Artmedia stessa, parlerei di posizione nel contesto dell’arte e dei suoi sistemi.
In un momento come questo in cui l’unica via dell’arte sembra essere rappresentata da RIFACIMENTI, bisognava prendere una posizione decisa e divaricante nei confronti di quelle maniere ormai definitivamente logorate che perdurano nelle metodologie linguistiche dell’arte occidentale di questo fine–secolo, nonostante che un movimento come la Transavanguardia abbia irrimediabilmente messo in crisi, con la sua logica dell’
”attraversamento”, qualsiasi nuova ipotesi operativa basata sul “coinvolgimento espressivo”.
Io affronto il problema dell’impossibilità espressiva” con l’appropriazione di opere originali di artisti contemporanei (Boetti, Nigro, Schifano, So Le Witt) che uso decontestualizzando da un loro ipotetico “luogo naturale”; le colloco su grandi supporti fotografici presi dalla realtà urbana (realizzati in cibachrome), in una posizione, cioè, di “spaesamento” e di “definitiva precarietà”.
Perché usi soprattutto immagini di vetrine come supporto per lo “spaesamento”?
Lo spaesamento avviene mettendo in atto due decontestualizzazioni, quella dell’opera autentica e quello della vetrina stessa.
La vetrina, metafora della nostra realtà che è fatta di merce e di seduzione, per me diventa l’elemento linguistico che mi permette di dare all’opera “adottata” un’insolita e frastornante destinazione che la svuota della sua “sacralità”, nello stesso tempo mi dà la possibilità di trasformare freddamente un banale elemento urbano in “luogo allusivo” visivamente compiuto.
L’inserimento delle opere autentiche nasce da un’idea di relazione o altro?
Non vi è relazione linguistica ma gioco, superamento del “coinvolgimento espressivo”, sebbene alla base dell’operazione artistica permanga una coscienza estetica.
E’ attraverso il gioco che colgo le valenze del reale entro il quale ci muoviamo e che si muove con noi. Gli elementi da me utilizzati sono due entità parallele del presente che io faccio convergere in un meta-tempo.
Perché solo pochi artisti hanno opere inserite nei tuoi lavori?
Non esiste un perché di pochi o di molti autori, ma di artisti riconoscibili da parte dell’osservatore, e non già per la “qualità memorabile” delle opere da me usate, piuttosto perché quelle opere e quegli artisti rappresentano un “fenomeno” nel sistema dell’arte. In effetti l’osservatore, in un primo momento, è affascinato soprattutto dalla “falsificazione” dell’elemento urbano di cui nella realtà non aveva colto la grazia ma solo la funzione. Egli solo in un secondo momento si accorge che quel dettaglio di realtà contiene un corpo estraneo, un elemento di disturbo.
La fotografia, nella tua situazione operativa, è uscita con la stessa logica della pubblicità?
L’informazione “travisata” attraverso la fotografia, appartiene al mondo della pubblicità, ma con finalità parziali, utilitaristiche.
Al contrario la fotografia è per me il mezzo attraverso cui rendere apparente un particolare dell’esperienza quotidiana e trasformarlo in elemento totalizzante, simbolo del tutto: attraverso l’immagine di un dettaglio trovare l’”immagine della realtà” che è sempre più vera della realtà stessa.
Progetti?
Io penso che per noi non esistono prognosi e per questo nemmeno un futuro da progettare. Non abbiamo principi, ogni cosa si sviluppa, noi ci sviluppiamo: tutto è aperto.
(Da, Intervista, in Artmedia, catalogo della mostra, a cura di Marco Meneguzzo, Espace 13x13 M.J.C. Annegasse Francia.)
…Mentre in tutti gli artisti Artmedia è dominante l’idea di serialità, di riproduzione, di scorrimento ed ognuno strizza l’occhio alla vetrina senza mai proporla fisicamente, o nominarla, Gaetano Zampogna se ne fa invece carico pudicamente, e con essa si misura. Nella vetrina, emblema di tutto il nostro secolo, è la tentazione. In essa le immagini della fantasia sorgono e si esauriscono. Qui è la storia dell’immagine dell’arte che per similitudine viene fatta passare davanti agli occhi con tutti i suoi colori, con tutte le sue forme inanimate. Nelle vetrine conta il colpo d’occhio, e Zampogna, nella serialità della serialità, interviene e decontestualizza, disorienta, sparando sui fondi di scaffali delle merci esposti alla vendita, un’opera di Warhol, o di Sol Le witt, o di mondrian, etc./ La sostituzione dell’ogetto di consumo con l’opera d’arte-oggetto, è azione politica che irride malignamente al mercato e a tutte le sue combinazioni.
Tecnicamente l’opera è fotografia serigrafata su tela – tradizione cara alla pop-art – su cui si innestano e si sovrappongono le opere che Zampogna estrae, riportandole in superficie dal calderone della storia. Quegli innesti, in precedenza opere originali, sono oggi riproposizioni di copie; un genere di falso che Zampogna realizza ex novo.
Adriana Martino
(Da, Artmedia Italia, catalogo della mostra, Palazzo Farnese Ortona, 1994)
… Verso il recupero di una pittura di tessuto figurativo che non esalti la maestria, ma tenda ad un risultato semplice e senza la pretesa di voler “salvare” o nobilitare la pittura.
Vorrei penetrare il presente con un linguaggio che esprima questo particolare momento in una pittura leggera che rappresenti un mondo che conosco, pieno di aspettative, ma anche di delusioni. Da una parte ci sono i giovani, anonimi nel loro apparire in una quotidianità da cui tuttavia sembrano mostrare un ironico distacco. Dall’altra la pubblicità, che prepotentemente si impone alla società consumistica per lanciare un prodotto utilizza spesso la donna, protagonista e catalizzatrice d’attenzione, facendola divenire trappola di un meccanismo perverso. Il corpo femminile, infatti, è assunto allo stato di “oggetto” sessuale per eccellenza e si inserisce nell’immaginario collettivo maschile, che si illude di mantenere così il controllo e il possesso.
Nel rappresentare figurativamente queste tematiche, intendo coinvolgere il fruitore dell’opera in una riconsiderazione del presente, senza schematismi o pregiudizi, conducendolo ad una sorta di possibile riconciliazione ironica tra pubblicità e vita. Non è, tuttavia, una polemica o una denuncia del mondo dei massmedia, ma la ricerca di una convivenza con la nostra realtà, riconsiderata dall’intensità creativa della pittura.
Gaetano Zampogna
(Da, Metropolitan Marathon Runners – Artmedia Projects – 1998.)
“… sembra piuttosto che i volti dipinti da Zampogna acquistino una morbidezza che favorisce la manifestazione di un certo spessore psicologico, come un afflato di vita e di personalità capace di affrancare le figure dalla loro ordinarietà, per renderle raffigurazioni di persone e non di modelli. Anche quando l’artista inserisce nei suoi quadri delle specie di finestre, che quasi sfondano i ritratti in chiaroscuro, con la loro vivacità affiorante, di immagini prese dalla pubblicità o dalle copertine di periodici importanti italiani, e stranieri che siano; ebbene questa specie di intrusione nel ritratto principale rappresenta una specie di contraltare visivo alla pacatezza dell’immagine principale, che sottintende una sorta di conciliazione ironica tra pubblicità e vita, dovuta, se vogliamo all’intensità che è in grado di conferire la pittura. Le copertine delle riviste che spesso sovvertono l’equilibrio pensoso dai volti raffigurati da Zampogna sembrano costituire il versante vuoto e astratto di una realtà tenuta a distanza. Le notizie cui le copertine alludono, vengono mostrate nel loro simbolico svuotamento di senso; che si attua nel tentativo riuscito di imbellettare anche la cronaca.”
Paolo Nardon
(Da, Zampogna, catalogo della mostra Art Now 1998)
“ La pittura fantasmatica di Zampogna, che utilizza ingredienti classici quali oli, tela, pennelli, emerge da un mondo ermetico e claustrofobico.
In tale microcosmo Gaetano Zampogna si muove, fissando i probabili sentimenti di costrizione, limitazione e oppressione di una ipotetica “Generazione X”, portatrice, all’apparenza di una profonda e diffusa convinzione di inferiorità. Ecco perché nella carrellata di ritratti a persone ed oggetti la violenza è aspetto costante: un incubo di cui è invaso lo spazio del quadro, mentre enorme è il gioco di montaggio e smontaggio delle immagini, nel dipanarsi di orrore e piacere che gradualmente esaltano o con probabilità demoliscono i tanti miti proposti dai media contemporanei”.
Adriana Martino
(Da, Gaetano Zampogna: D>M ( Derive Metropolitane) – 2000.)
Il martellamento ossessivo della pubblicità ha prodotto i suoi effetti sulla collettività, questo è innegabile. Tutto viaggia sempre più veloce sui binari del tentativo di produttività. Si esige il massimo dell’impegno e della professionalità sempre e comunque. Lo si esige in rispetto di maggiori possibilità di comunicazione, costantemente attenta e pronta nel diffondere notizie, fatti e resoconti. Il sistema di comunicazione di massa punta all’immediato, martella con le proprie immagini ed impone visioni, stereotipi ed atteggiamenti ad una collettività ammaestrata ed in tanti casi impotente. Il lavoro di Gaetano Zampogna, in mostra presso la galleria Art Now di Capua, tiene conto dell’immagine, dell’impatto iconografico e di una rappresentazione del reale di tipo mediale. Egli prende a modello la pubblicità, in una sorta di mimesi che qualcuno potrebbe – così come afferma nella presentazione in catalogo Paolo Nardon – supporre vuota ed enfatica, al contrario proprio l’utilizzo di questo modello fotografico, riportato pittoricamente su grandi formati, mostra per differenze le qualità insite nella pittura. Le opere presenti in mostra, che tra l’altro sono le ultime prodotte dall’artista, si caratterizzano per il loro spostamento verso il sociale, in cui all’imponenza monocromatica di grandi volti, sia anonimi che di personaggi famosi (anche alcuni ritratti della scomparsa Lady Diana) sovrappone come elemento di disturbo, minimali finestre raffiguranti copertine di noti settimanali che illustrano gli avvenimenti del mondo: episodi d’attualità che così come proposti acquistano la stessa identica valenza di un prodotto da commercializzare. Lo stato confusionale è quindi palese; ci si trova confusi ma soprattutto si è assenti in una realtà troppo difficile da comprendere. Dov’è la notizia di cronaca?, dov’è il fatto politico?, quanto effettivamente ciò che apparentemente non avrebbe nulla a che vedere con lo spot, non lo si propone come oggetto da propagandare e diffondere sul mercato? Gaetano Zampogna lavora pensando a tutto ciò, lo sintetizza in icone penetranti e che danno da riflettere, facendo il verso alle campagne di Benetton, nelle quali ragazzi di varie nazionalità, che dovrebbero rappresentare persone comuni, vengono invece esaltate dalla fotografia, diventando tipi in cui valorizzare quella che si potrebbe definire: la bellezza dell’ordinario, “ una bellezza questa – parafrasando ancora il testo di Nardon – tutta esteriore anche se molto potente”.
Gigiotto Del Vecchio
(Da, Gaetano Zampogna, - Segno – Marzo-Aprile1998)
Avarizia e fortezza per Gaetano Zampogna
Avara è la vita per la next generation. Va tutto conquistato daccapo. E questa gioventù proverbiale fa i conti con i luoghi comuni di una tradizione del buon senso. Certo, il look è quello di un ritratto italiano dei nostri giorni, mentre il volto ha lo stesso colore del fondo dove incombe la “caccia al proverbio”. Siamo quelli del “rosso di sera…” o peggio quelli di “a caval donato…”, o ancora quelli che “sotto la panca…”. Vero è che “chi dorme…”. Nessun dorma, quindi. E la fortezza è in quello spirito guerriero, che volto dopo volto fa confidare nel futuro prossimo venturo.
Enzo Battarra
(Da, Artmedia, catalogo della mostra, Caserta 2002)
…”I “ritratti” di Gaetano Zampogna sono la carta d’identità del mondo giovanile. Eccoli, in posa quasi fiamminga mentre guardano il visitatore… la pittura di Zampogna è un identikit sul costume sociale dei nostri adolescenti, il popolo di domani ma soprattutto un popolo che oggi deve trovare un posizione socialmente riconosciuta. Ma dietro a loro, nell’ipotetico sfondo della tela, strane campiture che annunciano proverbi e aneddoti popolari. Queste frasi devono trovare una risposta al più presto…”
Raffaello Becucci
(Da, Artmedia, Comune di Greve in Chianti, Febbraio-Marzo 2003)
“…Zampogna, all’interno del gruppo Artmedia, intuisce che forse è il caso di dare più forma e forza all’apologia estetica, non disdegnando il tratto ironico e beffardo, che si rimanda lungo la strategia del confronto con l’opera d’arte famosa. Naturalmente, l’uso dell’estetica qui non si riferisce alla pura piattezza rappresentativa, di cui facevamo menzione nella prima parte del testo, ma semmai fa propria la questione realistica della pianificazione estetica mediatizzata, per agganciarla ad una sollecitazione critica e sarcastica. Zampogna, nel 1989, giocando sulla co-autorialità, decostruisce il lavoro dell’artefice e imbocca la strada di un appropriazionismo più formale che politico, pur assorbendo dai medialisti una caratteristica sociologica che alimenta proprio la cifra critica del lavoro. Infatti, nel 1993, l’appropriazione diviene neo-assemblages e, usando fotografia ed oggetti in forma massimale, il confronto e la fagocitazione è realizzato con il riduzionismo di Le Witt, con le serigrafie di Warhol, con le allusioni ad Haim Steinbach, a Guilleume Bijl ed ai neo-concettuali americani che da lì a poco stavano per declinare. Lavorare sul sistema dell’arte, in Zampogna significa abolire le distanze tra le orizzontalità e le verticalità dell’opera famosa e meno famosa, per produrre un oggetto che esprime la serialità e la pianificazione. Significa usare una forma di registrazione dell’oggetto, in cui sarà difficile distinguere tra l’arte e il suo sistema. L’azzeramento, il contagio, il favore del piano inclinato e promiscuo, il mosaico che coinvolge la rapida epidemia dei resti di un progetto poetico affermano che la pubblicità dell’arte è più importante dell’arte della pubblicità. Ma come potrebbe essere altrimenti?
Se nel frattempo l’arte “ha fatto una bella fine” (consumatum est … come dice la famosa esclamazione evangelica, ma nel senso che è morta nella presa d’atto del suo successo…), essa si è spenta accompagnata da un’epoca in cui la pubblicità è un ottimo strumento tecnico che la duplica, la rimuove e la ringiovanisce, dandogli la possibilità di essere attuale al suo disegno politico. Se l’arte è la performance sociologica del suo successo, la pubblicità è il suo vero protagonista, la reclame, l’inserzionismo è il meccanismo, è il vero medium che alimenta la sopravvivenza dell’arte”. Ed ancora: “… abbandona l’appropriazionismo oggettuale e, tenendo conto dei loghi pubblicitari, dei giochi di ruolo, delle copertine e delle figure da rotocalco, comincia a costruire degli acrilici, con inchiostro serigrafico e olio su tela. In tal modo, invece di ritornare, la pittura rimane come traccia raffreddata, che gestisce una riproduzione. Una riproduzione unica e fortemente gestuale, che però non abbandona né il realismo né la didascalizzazione fotografica. Senza strizzate d’occhio all’iperrealismo Zampogna ricuce un rapporto con l’immediatezza. La sua particolare tecnica operativa, una volta proiettata la sagoma fotografica, proprio come faceva Schifano nei suoi vecchi lavori di mascherine e riporti, va giocata sulla superficie nella sua immediatezza.
Prosegue: “Zampogna si sente, perciò, autorizzato a sottoscrivere l’immagine, partendo proprio dalla più ironica e prosaica considerazione del gioco. Ed è da queste possibili cover, da questi possibili layout, dagli sguardi incrociati delle modelle che troviamo sui magazine più futuribili, dalle veline che sfiorano gli impaginati più sofisticati, dagli slogan che pubblicizzano le marche e le etichette più desiderabili che si aprono la figura e la controfigura del contemporaneo. Qui dentro i clivi dell’arte ci sono sempre, Banana Yashimoto compare da una finestra accanto ad un pollo, Mimmo Paladino e Lucio Dalla in una schermata dialogano sotto una natura morta con testa di capra, le copertine di Penthouse, Hustler, Playboy promuovono dive e stalloni. Altre copertine, invece, si confrontano e si sovrappongono ai ritratti più svariati, dando agio al lettore di distinguere le espressioni codificate dallo spettacolo e i volti della vita di tutti i giorni. Ma la serie delle immagini che giunge in maniera più sarcastica ai comportamenti del nostro presente è quella dedicata al gioco del gratta e vinci, un gioco quotidiano dentro il quale affondano le speranze di grandi moltitudini che, in una condizione di perenne disagio e precarietà, spendono parte della loro giornata per inseguire il momento di una sorpresa sempre più dilazionata nel tempo: graffiare il riquadro metallico per provare a vincere. E i quadri di Zampogna, riproducendo attentamente la grafica e i simboli che ci riportano ai celebri biglietti milionari, usa la scrittura, i codici a barre, le cifre di immatricolazione della lotteria e tutti gli altri gadget che si confondono nell’universo del gioco. Ad esempio L’isola del tesoro dice: “Se trovi uno dei due numeri fortunati della mappa sotto un dei tesori vinci”. Su ognuno di questi biglietti ricorrono immagini di ragazzi e ragazze della “generazione @”, figure nominali che appaiono e scompaiono fra l’ombra del Giocagiò The roulette o di Carte fortunate. Nel media del gioco la vita è tutta una combinazione di Sisal, tra un numero e l’altro il Superenalottto è la chiave di tutte le nostre speranze. In questo caso la pittura non ha bisogno di appropriarsi di alcunché, essa si inserisce comunque nella tecnica del “ritenta”: trova tre simboli uguali, vinci il premio indicato. C’è un’apparente leggerezza in tutto ciò, che inevitabilmente finisce per ricordarci le difficoltà del quotidiano. Le immagini di questi giovani, che vagano in un casinò globale, sono colorate e aromatizzate come dei sogni luminosi che si nascondono tra ciò che deve o non deve essere “grattato”. L’immagine dell’opulenza e della ricchezza confonde se stessa sull’economia del diversivo, della distrazione. Anzi, l’economia si stigmatizza in pura allegoria, si ritrae come la cultura delle culture e non riuscirebbe a fare giustizia alla voglia di realismo. Quale manifestazione mediale tenta di parlare in sordina dei propri giochi? Peccato che la nuova generazione non possa esserne consapevole, ma il “passatempo colorato e forbito” è il medium dei teenagers, dei youngsters, è il tratto caratteristico del loro vintage, della loro forma di vita, del loro modo di essere al mondo. Guardando con attenzione queste immagini di Zampogna, cosa emerge? Sono i giovani vittime del gioco, o è il gioco ad essere vinto dalla gioventù? Lo svago improvvisa con la ricreazione e i sogni costellano il firmamento dei miraggi.
Ma se non avessimo firmamenti, costellazioni, universi, galassie di sogni ricchi di new economy, di cosa vivremmo in questo mondo? Quanto squallidi sarebbero gli ambienti in cui ci toccherebbe vivere? In questo mondo in cui i paesi ricchi impoveriscono quelli poveri, abituandoli ad una perenne guerra preventiva ed alla morte progettata, conviene collocarsi sotto ad un simbolo “porta fortuna”. Qui, il gioco riesce a salvaguardare molto bene un’estetica del cinismo diffuso. Aveva ragione Nikolai Gogol, quando nel suo racconto sui Giocatori ricordava che: “Con le carte in mano, tutti gli uomini sono eguali”. Anche Zampogna, dunque, ci conferma che, con un tentativo di “Gratta e vinci”, tutta l’arte è “riproduzione sociale”.
Gabriele Perretta
(Da,Dalla riproduzione dell’arte alla riproduzione sociale, 2005)
Gaetano Zampogna ha proposto una mostra dal titolo Cirkus. L’artista dal 1994 lavora al recupero di una figurazione contaminata dalle mitologie mediatiche del nostro tempo nel quale la pubblicità e la vita dialogano con straniante naturalezza e dove la “Realtà reale” e la “Realtà mediale” risultano intercambiabili. Nelle opere presentate, i personaggi vivono bizzarramente all’interno delle figure stilizzate del “Gratta e vinci”: La Scopa, L’Isola del tesoro, Gli Animali portafortuna, Cirkus riunisce icone di una contemporaneità svalorizzata e in attesa di una mediocre catarsi; la speranza di una personale ricchezza come antidoto al vuoto globale di questi anni di storia.
Lucia Spadano
(Da, F. Calia, E. Fiore, A. Patrino, G. Zampogna Artmedia Studiozeta, Roma – Il Segno Gennaio – Febbraio, 2008)
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